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COME RICONOSCERE IL COACH MIGLIORE PER TE. SECONDO CAPITOLO.

Quali sono le caratteristiche che un coach nel mondo dell’allenamento (fitness, movimento, terapia dinamica, preparazione atletica, benessere) deve possedere per soddisfare le nostre necessità? Come comprendere quale sia la persona giusta per aiutarci verso i nostro obiettivi? Sicuramente la risposta ha un che di soggettivo ma proviamo a stabilire delle coordinate generali, che possano darci i pilastri su cui qualsiasi coach deve basarsi e quindi sulla base dei quali può essere valutato.


In questo articolo analizzeremo 6 nuovi elementi comuni che tutti ricerchiamo nel nostro coach oppure, nel caso il lettore sia un trainer, nella nostra continua formazione personale per essere professionisti migliori.



1.Adattarsi senza tradirsi.

Per non finire in una sorta di soliloquio professionale è indispensabile che le idee, anche se geniali, e i modelli di lavoro, anche se scientificamente supportati, siano in grado di dialogare con il praticante/studente e quindi che abbiano una flessibilità relativa con cui è possibile avvicinarsi alle necessità dell’utente rispettando dei valori che riteniamo utili e fondamentali.


Esempio classico e simpatico: il cliente vuole assolutamente lavorare in modo specifico sull’addome. Questo perché spesso non conosce come sia realmente la sua anatomia (in tal caso capirebbe che ogni esercizio multi-strutturale lavora sull’addome) e spesso considera il corpo in modo analitico (come un’automobile ferma) e non in modo sistemico.


A questo punto la professionalità del coach chiede di evitare comunque alcuni esercizi obsoleti di isolamento addominale che sono poco efficaci e innaturali, al tempo stesso essa mi chiede di intraprendere un dialogo e non agire come un gendarme che impone la sua idea, quindi optare per una serie di movimenti che stimolino molto l’addome, pur rimanendo in un’area di pratica sicura.


Quanto costa questa scelta intermedia? Costa sicuramente una buona abilità nel raccontare in modo semplice perché non optiamo esattamente per quello che aveva in mente il cliente (sfondarsi di crunch ad esempio) e costa un minimo di flessibilità mentale nel fatto di polarizzare lo stesso l’attenzione su quell’area anatomica.


Questo è soltanto un esempio, che pur apparendo banale risulta acuto e interessante in ragione del fatto che migliaia di trainer continuano a dare contentini ai praticanti che seguono “basta che stiano zitti”.


2.Rispettare l’unicità dell’individuo.

Che si trattai di allenamenti di gruppo oppure di consulenze individuali avere molto chiaro in mente che ogni singolo umano sulla terra è una sorta di combinazione non replicabile di variabili misurabili e non è una colonna su cui posizionare ogni progetto di movimento.


A partire dall’architettura di ogni corpo, con le sue debolezze e le sue fragilità, con i suoi punti di forza, con le sue strategie di adattamento sviluppate negli anni e fino ad arrivare alle attitudini individuali e psicologiche, ogni volta che il coach incontra i suoi atleti/praticanti deve al tempo stesso mettere in gioco le sue conoscenze e metodiche e entrare profondamente in ascolto e osservazione delle individualità.


Questo emerge sempre di più, si sta passando, potremmo dire, da uno stile di coaching militare, in cui la disciplina pura e grezza, l’imposizione e il dolore fanno da padrone ad un modo di allenarsi e intendere il corpo molto più olistico e sensibile. Prova di tutto questo il fatto che molte formazioni in ambito sportivo contengono interventi di psicoterapeuti e mental coach e che il rapporto tra chi propone il programma e chi lo esegue è più un dialogo che una manovra di addestramento intensivo.

3.Non credere di essere superiore o migliore per il fatto stesso di essere coach.

Sebbene possa sembrare una banalità, è molto facile, quando si ricopre un qualsiasi ruolo in cui si è legittimati a prendere la parola, essere al centro della stanza, decidere come verranno svolte le sessioni, e spesso imporre anche dei ritmi e dispensare consigli in modo impattante e unidirezionale, coltivare una inconsapevole convinzione di superiorità.


Sebbene in un determinato settore uno specialista sia indubbiamente superiore in termini di conoscenza rispetto ad uno studente esterno alla nicchia, questo è bene che si mescoli il meno possibile con idee per cui il coach è legittimato ad imporre le sue idee (anche se relative alla sua area di studi) e quindi confondere il “leading” con l’arroganza, oppure idee per cui, in quel determinato contesto (nella palestra ad esempio) quell’individuo ha più valore degli altri.


Queste deviazioni possono estinguersi per mano di un cambiamento mentale sia in chi insegna che in coloro che assorbono l’insegnamento. Siamo tutti abituati ai primi 5/10 anni di scuola in cui i maestri e professori, spesso, impongono le loro idee e posizioni (spesso prese in prestito da altri autori) senza specificare che si tratta di una manovra funzionale al mantenimento della società in ordine e quindi un atteggiamento strumentale fondamentale, da non confondere però con gli strati meno superficiali della situazione, che ad esempio riguardano il fatto che nessun maestro ha potere assoluto sugli studenti, soprattutto sulle loro capacità critiche individuali, anche qualora abbia studiato per quarant’anni la stessa tematica.


La condivisione di informazioni e visioni o il compito di essere dei leader in alcune situazioni oggi sappiamo che possono essere svolte realmente al massimo delle potenzialità solo nella consapevolezza che l’intenzione sia quella di un dialogo di reciproca crescita, in cui i ruoli di questo inter-scambio mutano a seconda delle nostre volontà e progettualità specifiche.


4.Non smettere di imparare.

Anche al termine degli studi universitari il nostro cervellone non vuole smettere di raccogliere informazioni e prospettive nuove, generare sempre nuove sinapsi e costruire reti neurali sempre nuove che diano corpo al magnifico miracolo dell’apprendimento senza fine che è il processo vitale umano.


Un buon professionista non si fa illudere dall’idea che vi sia un momento in cui la fase formativa cessa e inizia la fase di insegnamento e condivisione isolata. Non solo il fatto di condividere approcci è un motivo di interazione e quindi di ulteriori sviluppi, ma il mondo rimane popolato di individui straordinari che aspettano di essere incontrati.

5.Essere nutrito dalla passione più che dalla voglia di denaro.

Senza denaro in questa società non si può vivere serenamente, quanto meno senza possedere facoltà spirituali di livello molto elevato che sembrano attualmente scarseggiare (ma che certamente non smettiamo di ricercare).


Fatta questa premessa, se quando un/una coach si alza la mattina e l’energia per mettersi la tuta e lavarsi i denti proviene principalmente dalla voglia di accumulare denaro e non da una fervente passione per la bellezza e la conoscenza del corpo umano, del movimento e dello sport potremmo dire che tutta l’esperienza professionale verrà inevitabilmente limitata all’interno di una scatola piuttosto piccola.


Questa scatola stretta e sempre più scomoda nel tempo può essere lentamente sfondata a colpi di faticoso e quotidiano lavoro su di sé, ovviamente nei casi in cui non si è già graziati da una dedizione e potente fascinazione nei confronti dell’oggetto della propria attività professionale.


6.Coach non significa né atleta né performer.

Nell’era in cui instragram sostituisce la piazza della città in cui incontrare amici e colleghi assistiamo ad una tragicomica proliferazione di coach che scambiano se stessi per atleti oppure per esibizionisti da tv.


Questa era una introduzione provocatoria, sappiamo che i confini si intersecano, sappiamo che spesso un coach è anche uno sportivo ancora attivo e spesso utilizza il suo corpo per mostrare le tecniche che vuole condividere, in tutto questo non vi è nulla di male, anzi sono spesso due elementi che danno profondità e credibilità.


Si tratta forse come sempre di misure e proporzioni, vogliamo sottolineare in questo punto che un buon fitness coach del terzo millennio conosce ormai bene le insidie di questo mondo e si impegna nel far si che al centro dell’opera rimanga una pura volontà di condividere sintesi interessanti sul movimento/salute/allenamento e ai margini offre come strumenti d’azione e di dimostrazione le sue eventuali capacità atletiche non scadendo nuovamente in un ambito competitivo di cui l’umanità è ormai esausta.


In conclusione trovare un vero coach nel mondo del benessere, con capacità di leading ma anche dotato di una grande sensibilità e conoscenza non è affatto un gioco da ragazzi, chiunque ricerchi più di un semplice programma di esercizi ma anche un’opportunità per imparare e arricchire il proprio dialogo con il corpo sarà indispensabile sia munito di una forte dedizione alla ricerca del coach ideale!




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